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Tuesday, 25 March 2008

Un moderno Bildungsroman (Cap.VII)

La notte precedente c’era stata la prima grande nevicata della stagione e quando Dan si affacciò nel suo ufficio Bloch era sporto fuori dalla finestra, intento a scaricare dal peso della neve, con l’aiuto di un lungo bastone, i rami più delicati del grande albero che si estendeva quasi fin dentro al suo ufficio, con un’attenzione e una cura particolarissime che il ragazzo trovò stravaganti.

‘Ciaaoo. Entra pure’
‘Ciao.’
‘Scusa, adesso chiudo la finestra. Ho chiesto a Peter di chiamarti perché volevo parlare un po’ del tuo progetto’
‘Benissimo, allora hai avuto tempo di leggere il materiale’
‘Possiamo dire così. Siediti pure. Ah, chiudi pure la porta, per favore’
‘Allora come va la pubblicazione di quell’articolo. Lo pubblichi, no?’
‘Sì, lo consegno domani o dopo’
‘Fantaaastiiico. Allora come procede lo sviluppo della tesi. Bene?’
‘Non ho ancora iniziato, volevo un suo, un tuo parere, appunto, se hai avuto occasione di visionare il materiale che ti ho lasciato. Ci terrei a sapere se sei d’accordo sulla bibliografia.’
‘Vediamo, l’ho guardato, direi che va bene. Vedi però io aggiungerei per esempio Johns (1975) oppure anche il lavoro di Finney, si, vedi ti ho aggiunto qui Finney ( 1967) e (1970).
‘Pensavo di non andare così indietro con la letteratura’
‘Ma è necessario. Bisogna, direi’
‘Prima conoscere i classici, poi affinare le armi per le dispute con i moderni, no? E poi…’
‘Sì?’
‘Bisognerebbe studiare anche la semantica, i lavori dei semanticisti. Moolto importante. Per capire, no? Insomma poi questo sarebbe il mio consiglio, ma la decisione sulla linea va presa indipendentemente. Il sistema dell’istruzione post-graduate parla chiaro, non è vero?’

La conversazione, costellata dai ‘no?’ e dai ‘non è vero?’ proseguì per una ventina di minuti, per lo più sotto forma di monologo di Bloch, con una serie di osservazioni a prima vista interessanti ma di fatto poco sostanziose, alla bibliografia.
Bloch aveva infatti la capacità di intrattenersi con il suo interlocutore per ore riuscendo perfettamente a girare intorno ad un argomento senza arrivare mai al punto. Era difficile portarlo ad assumere una posizione e darla per assodata. Aveva una naturale ripugnanza per la chiara affermazione o negazione di qualsiasi concetto, anche il più banale. La sua risposta preferita era ‘forse’, quando non decideva di non rispondere per nulla e semplicemente aggiungere alla conversazione una nuova spira inanellando nuovi aspetti a questioni già esposte e sovrapponendo uno strato all’altro con la generazione inevitabile di uno stato di confusione nell’interlocutore, unito al desiderio di lasciare al più presto il suo ufficio.
A volte, tuttavia, quando Bloch lo voleva, era capace di produrre una meravigliosa sintassi, chiara e cristallina. Allora il suo tedesco diventava un’opera fine di cesello molto pericolosa per chi ne subisse il fascino e faceva a gara con i suoi occhi nell’opera di ipnosi.
In generale, tuttavia era chiaro che, anche quando la sua conversazione si faceva complessa e forbita era il tentativo di stupire con la forma che lo muoveva. La forma infatti gli interessava molto, il contenuto che si sforzava di dissimulare ad arte, pochissimo.
Si sarebbe potuto dire che anche la scelta del suo abbigliamento trasandato e del fare ostentatamente giovanilistico non fossero casuali, ma una sorta di espediente per confondere il giudizio e dissimulare l’edonista che si nascondeva sotto la scorza.
Le opinioni che i suoi conoscenti avevano di Bloch erano le più varie; per alcuni era l’adolescente geniale mai cresciuto, per altri il bambinone di cui prendersi cura, per altri ancora il pupillo devoto, per altri ancora un furbetto che era riuscito a farsi una discreta posizione accademica attraverso l’utilizzo inverecondo dell’adulazione a tutti i livelli.
Infine, speculando su alcuni suoi modi di fare e di porsi eccessivamente effemminati, non pochi facevano chiacchere e ammiccamenti su quelle che potevano essere le sue preferenze.
Era come se per ognuna di queste persone Bloch provvedesse a fornire una nuova versione di se stesso o, in modo camaleontico, mettesse in luce un lato diverso della sua personalità.
Di Bloch si poteva dire tutto ma non che fosse una persona comune; c’era qualcosa in lui che induceva, soprattutto le persone più curiose ed intelligenti che vi si imbattevano, ad andare oltre l’apparenza contraddittoria per capire chi fosse.
Col tempo, comunque, Dan si accorse che in genere le opinioni di chi aveva lavorato a stretto contatto con lui per un tempo sufficientemente lungo, pur rimanendo abbastanza sul vago, tendevano a convergere sull’idea che si trattasse di una persona dalla cui vicinanza e compagnia ci fosse più da perdere che da guadagnare.

‘Va bene, hai qualche altra domanda?’
‘Non saprei, al momento mi pare di no’
‘E quasi ora di andare a pranzo. Vieni con i nostri ospiti austriaci? Andiamo tutti insieme, quelli del dipartimento.’
‘Va bene, grazie dell’invito.’
‘Fantaastiico. A dopo.’

Quando Dan fece per andarsene Bloch riaprì la finestra e continuò l’opera di pulitura del grande albero dalla neve finchè non si ritenne soddisfatto del lavoro e credette che i rami di quella possente creatura non corressero più il pericolo di spezzarsi. Poi tirò dentro il bastone e richiuse la finestra.
Più tardi, al pranzo con gli ospiti, Bloch fece in modo di sedersi a fianco a Dan dissimulando una confidenza che nella realtà non esisteva. Di nuovo Dan attribuì quel comportamento ad una stravaganza del professore. Inoltre si rese conto che nella conversazione Bloch non aveva fatto nessun riferimento ad una sua possibile partecipazione nei progetti che stava presentando per il finanziamento, motivo per cui l’aveva fatto chiamare. Di fatto di una partecipazione di Dan alle attività dell’istituto non si parlò né quel giorno nè mai più in seguito finchè durò la sua permanenza in Svizzera.

Monday, 10 March 2008

Un moderno Bildungsroman (Cap.VI)



L’ufficio del prof. Ernst Bloch era all’inizio del corridoio. La porta non era mai chiusa ma rimaneva o del tutto aperta, spalancata, cosa che a detta di Bloch avrebbe dovuto facilitare la comunicazione tra le persone che avevano l'ufficio sul piano, o socchiusa, se stava lavorando, e indicava così la poca opportunità di una eventuale visita e la necessità di prendere un appuntamento per il giorno seguente.
Anche l’uso di attaccare alla porta del suo ufficio avvisi di vario tipo, relativi alle necessità delle attività accademiche ma anche triviali, a volte scherzosi, la maggior parte delle volte incomprensibili era interpretata dai suoi collaboratori come necessità di mantenere viva la comunicazione e lo scambio di informazioni.
Questa ostentata ossessione di Bloch per mantenere tutti i canali comunicativi bene oliati all’interno dell’istituto stonava parecchio con la sua attitudine all’essere di fatto sfuggente e poco disponibile agli scambi interpersonali.
Questo era chiarissimo non solo nella sua riluttanza a guardare negli occhi il suo interlocutore ma anche dal modo in cui, con passo veloce e spedito, scoraggiando chiunque avesse cercato di scambiare qualche parola con lui, si recava nella sala caffè che si trovava dal lato opposto al suo ufficio, alla fine del corridoio.
Ad ogni modo la sua riluttanza alla comunicazione interpersonale non implicava un disinteresse totale di Bloch per il prossimo, al contrario.
Era molto interessato a che niente di quello che gli altri dicevano o facevano gli sfuggisse, in un malcelato tentativo di controllare per quanto possibile tutto quello che accadeva nell’istituto.
Dalla posizione del suo ufficio accanto all’ingresso principale, e considerando la politica dell’apertura della porta, Bloch teneva sott’occhio i movimenti di tutti al dipartimento e nonostante facesse finta di stare sempre con lo sguardo fisso sulla tastiera o sullo schermo del computer, avrebbe potuto ricostruirli tutti meglio di una portinaia esperta.
Bloch era conosciuto nel suo ambiente anche se non era diventato famoso quanto avrebbe desiderato e, secondo un’opinione da lui mai espressa ma che si poteva indovinare nel comportamento altezzoso, quanto avrebbe meritato.
Il suo tavolo, dove si accatastavano pile di fogli, plichi e pubblicazioni era in uno stato di perenne disordine e, fino al giorno in cui non decise di smettere l’abitudine del fumo, ospitava, a lato delle pigne cartacee, un posacenere ricolmo di mozziconi giallastri da cui proveniva un intenso tanfo di nicotina.
Bloch era piuttosto giovane per la posizione che occupava e dava del tu a tutti, colleghi e studenti, richiedendo che anche questi ultimi, indipendentemente dalla differenza di status e di grado, gli si rivolgessero nello stesso modo, cosa che comunque strideva con l’alterigia del suo atteggiamento e il suo comportamento scostante.
Nonostante i denti leggermente ingialliti dal suo vizio, non si poteva dire che l’aspetto di Bloch fosse spiacevole.
Anzi, molte donne sia dentro che fuori dall’istituto lo trovavano piacente, anche se strano. Sì, strano, questo era l’aggettivo.
Era abbastanza slanciato anche se leggermente appesantito dalla mancanza di esercizio fisico e da un regime alimentare disordinato.
Gli occhi verde smeraldo, vagamente felini, quando raramente decidevano di posarsi su quelli di chi gli stava di fronte, avevano una forza magnetica difficile da evadere e nettamente percepibile tanto che a guardarli troppo a lungo si poteva credere di rimanerne ipnotizzati.
Il volto dai tratti regolari, benchè leggermente tesi e nervosi era incorniciato da riccioli biondo scuro, che lo facevano assomigliare ad una sorta di putto adulto, o ad un angelo. L’originalità del personaggio era completata dal suo abbigliamento trasandato e dalla qualità sopranile della sua voce che arrivava a squittire quando si alterava o nella concitazione di un discorso, fino a farsi sibilante nei toni bassi.

Wednesday, 27 February 2008

Un moderno Bildungsroman (Cap.V)



Eppure, anche questo attaccamento, che per la verità era diventato tanto forte via via che i mesi passavano, non era stato all’origine della sua decisione.
Il sentimento all’origine della sua decisione era stato la contemplazione della bellezza. Ogni tanto ritornava con la memoria a quella sera di qualche anno prima quando era stato rapito dalla bellezza del ragionamento e nella confusione della sua giovane mente si era fatta luce e nella lettura avvincente il tempo si era come dilatato, o fermato, non ricordava la sensazione, o non avrebbe saputo descriverla.
Riemergendo dal libro aveva guardato l’orologio ed erano le sei del mattino mentre stava albeggiando.
Si era consumato un innamoramento dei più struggenti, tantopiù che ormai sapeva, come capita a chi subisce un colpo di fulmine che lo studio della sintassi non l’avrebbe più abbandonato e che quella era la sua strada.
Questo motivo edonistico, più forte di quanto egli potesse valutare, lo fece sentire vicino in un modo singolare a Ernst Bloch, prorettore e formalmente Doktorvater del suo lavoro di dissertazione.
‘ Il prof. Bloch pensa che tu sia molto intelligente, Andreas ha sentito che lo diceva a Peter Hase ieri. Parlavano ma la porta del suo ufficio era aperta, così Andreas suo malgrado ha ascoltato la conversazione’
‘Beh, sembrerebbe un complimento, ma non so cosa dovrebbe significare’
‘E’ un complimento. Il prof. Bloch tiene molto a te.’
‘Vorrei parlargli del mio lavoro, ma è molto difficile. Trovo che sia abbastanza sfuggente. Forse è un atteggiamento che hanno tutti i professori’
‘Se è per questo non parla con nessuno dei suoi studenti. Neanche con me, ma a differenza di te io non mi aspetto che lo faccia.’
‘Come dovremmo essere in grado di sviluppare una ricerca sotto la sua supervisione se di fatto non ci viene data nessuna direttiva? Non voglio che mi dica cosa fare, ma mi aspetto una sorta di orientamento da uno nella sua posizione’
‘Beh, pare che tu stia entrando nelle sue grazie, se non lo ottieni tu nessuno ci riuscirà’
Dan rispose con un’espressione ironica intesa a negare quello che Simon aveva appena affermato. Mentre i ragazzi chiaccheravano in questo modo arrivò Jim che subito si rivolse a Dan:

‘Ciao Dan, Ernst fa una riunione nel suo ufficio con le persone che vorrebbe inserire nel progetto per cui farà richiesta di finanziamento l’anno prossimo, mi ha chiesto di chiamarti.’
‘Hai visto? Cosa ti dicevo?’
‘Ma devo venire solo io?’
‘Sì, mi ha detto di chiamare solo te.’

Saturday, 16 February 2008

Un moderno Bildungsroman (Cap.IV)


A volte gli veniva in mente lo studente nella scena Studio del Faust I, che aveva preparato per un esame di letteratura tedesca all’università, e il paragone era tanto più calzante quanto gli pareva che le risposte di chi avrebbe dovuto consigliarlo fossero anche troppo simili a quelle di Mefistofele travestito da professore.
Anche lui, infatti, veniva con tanta buona volontà e con la gioventù, ed ora qualcosa di buono gli sarebbe piaciuto impararlo, solo che sembrava che nessuno avesse davvero tempo per lui, proprio quando un buon consiglio sarebbe valso oro per risparmiargli un bel po’ di confusione e metterlo sulla giusta strada.
Col tempo si rafforzò l’impressione iniziale che il motivo per cui docenti e ricercatori sembravano parecchio reticenti a parlare e a condividere quello che sapevano non avesse per nulla a che fare con la mancanza di tempo, ma con la ferma decisione di non dire e non dare strumenti che un altro avrebbe potuto usare, chissà secondo quale perversa logica, contro di loro.
In fondo, tre anni per prepararsi e scrivere la tesi e discuterla erano un tempo molto breve e poco dopo il suo arrivo si rese conto che avrebbe dovuto convivere con il ticchettio del conto alla rovescia, cosa che emotivamente non era preparato a gestire e che lo metteva in agitazione spesso gettandolo in una situazione di vera e propria prostrazione che gli faceva perdere qualsiasi capacità di organizzare razionalmente il suo lavoro di ricerca.
Anche i rapporti con i colleghi erano per lo meno ambigui e spesso compromessi da invidie e gelosie per i più insignificanti motivi. La maggior parte delle volte la causa dei cattivi sentimenti erano le simpatie che i docenti accordavano all’uno o all’altro degli studenti, col risultato di creare diffidenza tra i membri del gruppo di ricerca, apparentemente senza nessun altra motivazione se non il gusto di farlo o l’abitudine, poiché essi stessi ai loro tempi erano stati costretti a sopravvivere allo stesso stato di cose.
E in questa situazione Dan si sentiva come un pesce che, decidendo un giorno di guizzare più in alto del solito, fosse finito fuori dall’acquario o una bottiglia vuota che, chiunque sufficientemente intenzionato a farlo e con una buona mira sarebbe riuscito a buttare giù e a fare a pezzi con una sassata. Questa sua mancanza di fondamento, per così dire, gli si era palesata solo dopo aver lasciato la famiglia e la protezione di quell’ambiente ovattato, che pure con i suoi difetti e limitazioni, non lo aveva mai fatto vacillare ed era stato un punto di riferimento costante.
Da solo e per la prima volta lontano da casa scopriva la sua anima pezzo per pezzo, e, tanto per cominciare, la lunga serie delle sue debolezze, cosa che non gli piaceva affatto.
Innanzitutto era chiaro che non era affatto così determinato come aveva creduto, e tantomeno era sicuro di se stesso.
Si era accorto che aveva disperatamente bisogno dell’approvazione degli altri, soprattutto dei superiori, anche se difficilmente ammetteva esplicitamente questa dolorosa dipendenza.
Non aveva fondamento e per la prima volta lo sperimentava. Non esisteva all’interno della sua psiche quella spina dorsale che è una caratteristica delle persone davvero indipendenti e con una individualità formata. Sì, era giovane, e questo poteva in parte essere contato a sua discolpa, ma gli pareva che il fatto che lo avessero convinto, o si fosse convinto negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di una sua presunta superiorità rispetto agli altri ragazzi, fosse stata una mistificazione ingannatrice e un pericolo da cui nessuno delle persone che predicavano di volergli bene, o che realmente gliene avevano voluto, l’aveva messo in guardia.
Pensava proprio a questo mentre sorseggiando l’ultima goccia di te, decise di versarsene un’altra tazza e poi spense il lumino dello scaldavivande, soffiandoci sopra con delicatezza.
Appoggiandosi allo schienale della sedia, che si piegò assecondando il suo peso, si rilassò e guardò fuori dalla finestra. Il cielo, azzurro e freddo, era limitato a destra dal grigio delle residenze universitarie costruite in edilizia convenzionata ma era attraversato da una luce intensa e il paesaggio, anche se squallido, era rassicurante contemplato dal tepore dell’ufficio.
Pensava che l’inverno sarebbe durato ancora a lungo e il freddo più rigido di dicembre e gennaio era ormai alle porte.
Riprese in mano l’articolo, di cui in più di un’ora e mezza aveva corretto solo tre pagine e, sprofondando nuovamente nel confronto tra la sintassi del cinese e dell’italiano, considerò due diverse ipotesi. La prima era quella che voleva confutare. Ne valutò con accuratezza tutte le conseguenze principali, seguendone con gli occhi le implicazioni finchè, nel suo peregrinaggio mentale, si imbattè in una vistosa incongruenza che gli fece confermare l’inadeguatezza e l’inconsistenza di quel primo approccio.
Poi valutando la seconda ipotesi, quella che aveva sostenuto nell’articolo, ne scandagliò nuovamente gli effetti e i possibili controargomenti e di nuovo gli parve forte e fondata.
Basandosi su quest’ultima, tornò a disegnare mentalmente sulla parete color pesca dell’ufficio l’albero sintattico con la struttura generale della frase in cinese, che accarezzava già da tempo e della cui fondatezza si era convinto, anche se ancora gli mancavano prove incontrovertibili e quindi non aveva osato proporla nell’articolo che avrebbe presentato per non andare incontro ad un rifiuto quasi certo.
Mentre organizzava la sequenza degli elementi funzionali e dei sostantivi prima e poi la struttura del predicato Simon rientrò dal pranzo aprendo la porta e ridendo rumorosamente mentre salutava il collega che l’aveva accompagnato. I classificatori, i nomi, le particelle e i verbi rovinarono puntualmente a terra come fichi maturi.

Saturday, 9 February 2008

Un moderno Bildungsroman (Cap.III)




L’ambiente dell’insegnamento universitario gli piaceva e vi si trovava a suo agio per la sua vaga somiglianza ad una famiglia allargata. L’appartenenza all’interno di questo gruppo da una parte non era immediata da ottenere, perché richiedeva che alcune qualità fondamentali fossero riconosciute e apprezzate, ma, una volta ottenuto il loro riconoscimento, non si doveva più provare nulla, come per l’appartenenza ad una famiglia vera e propria, dove il corredo genetico della somiglianza fisica e caratteriale e sì condizione stringente, ma anche sufficiente, una volta accertata irrevocabilmente.
Ed era proprio questo il punto, nel suo caso questo meccanismo di riconoscimento e accetazione non aveva funzionato in modo automatico come aveva sperato.
Possedeva le qualità richieste e questo era per lui evidente, almeno per quanto riguardava l’attività di ricercatore nel campo della linguistica generale, e per quanto ne sapeva lui. Ne aveva avuto riscontro anche dai suoi professori e aveva a volte addirittura l’impressione che pensassero che fosse brillante.
Tuttavia, qualcosa era andato storto, o non funzionava come si era aspettato, e alla fine della tesi di laurea superata a pieni voti non arrivò da loro alcuna offerta di iniziare un progetto di ricerca per ottenere il dottorato.
E quindi al desiderio di un riconoscimento delle sue capacità si era unito e andava rafforzandosi una non meno forte determinazione di appartenere ad un gruppo, un insieme di studiosi riconosciuto internazionalmente ma non così numeroso da impedire ai suoi componenti di conoscersi almeno per nome l’un l’altro, proprio come in grande clan della Cina pre-comunista.
Alla maggior parte dei suoi compagni di corso dell’università la linguistica non diceva nulla, quando non ammettevano direttamente di disprezzare quel genere di studi che giudicavano di poca utilità e applicabilità in qualsiasi contesto della vita professionale reale, escluso l’insegnamento. E spesso glielo dicevano apertamente, mentre a lui, da quando aveva iniziato a seguire qualche corso specialistico e ad entrare in confidenza con qualcuno dei docenti, pareva di trovarsi per magia in uno stato di elezione che non avrebbe osato sperare solo pochi mesi prima. Gli sembrava che prima ci fosse stato solo il nulla, il caos della mancanza di direzione e che ora, finalmente, il suo angelo custode si fosse deciso a mostrargli con amorevole decisione l’imbocco della sua strada di entrata nel mondo.
E quindi ora che era riuscito ad assicurarsi una borsa per almeno tre anni poteva dire di essere un ricercatore. All’apparente soluzione di un problema si erano affacciate molte domande di ordine pratico relative alla sua attività. Per esempio, da ricercatore, cosa cercava esattamente? Una versione della teoria? La limatura di una postilla esposta dall’epigono del maestro attualmente in voga? Un umile e poco avvincente sommario di posizioni esposte da altri? La trattazione empirica di un certo argomento facendo attenzione a non creare imbarazzi e a non assumere alcun tipo di posizione? Cercava il grande? Cercava il piccolo?
E poi, avendo anche definito una linea di ricerca, da dove cominciare? Quali discipline erano indispensabili a crearsi un bagaglio critico minimo? Avrebbe dovuto leggere tutto, non sapendo ancora cosa gli sarebbe potuto servire e cosa avrebbe potuto aprirgli uno spiraglio di luce o avrebbe piuttosto fatto meglio a eliminare da principio una parte della letteratura e concentrarsi sul minimo indispensabile iniziando a scrivere da subito? Le domande lo stordivano e gli riempivano i pomeriggi nelle giornate in cui era di cattivo umore e non riuscendo a risolversi ad iniziare a lavorare vagava con sguardo assente nelle pagine del Corriere della Sera online.

Monday, 4 February 2008

Un moderno Bildungsroman (Cap.II)



La porta si richiuse. Se n’era andato. Era stato difficile fin dall’inizio avere a che fare con Simon e forse era la persona con cui andava meno d’accordo e con cui alla fine però era stato costretto a dividere l’ufficio data la scarsità di stanze disponibili e l’irrevocabile decisione del prorettore, Ernst Bloch, su cui, almeno per il momento non si poteva discutere. Simon non era particolarmente antipatico e neppure una cattiva persona, Dan lo sapeva. Non conosceva il piacere del silenzio e anzi forse ne aveva orrore. Tuttavia riusciva ad intrattenere conversazioni alla sola condizione che fossero assolutamente superficiali, trattassero di argomenti di amplissima generalità e, soprattutto, non richiedessero una qualsivoglia presa di posizione personale significativa, che richiedesse il ricorso a categorie etiche o convinzioni. Stargli dietro era davvero faticoso, una incombenza lavorativa che non appariva in contratto e perciò doveva sopportare senza retribuzione.

La fiammella sotto la teiera era ancora accesa e decise di versarsi una tazza di te fumante e fragrante nella tazza arancio brillante. Pensò che la tazza gli piaceva, l’aveva comprata a Firenze, insieme alla teiera di metallo e al tè speziato. Era un pezzo di casa da stringere nei giorni come questo, quando il mattino era gelido, non riusciva a venire a capo di niente e avrebbe pagato per un giorno di tregua da Simon.
La ricerca l’aveva spinto qui, ad accettare un posto che in Italia non c’era, o per cui sarebbe stato necessario aspettare pazientemente il proprio turno per anni, senza la sicurezza di una borsa dignitosa. Sì, si può proprio dire che la ricerca l’avesse spinto e l’azione cinetica era stata talmente irresistibile e potente da metterlo sul treno in direzione Schaffhausen, due mesi dopo la discussione della tesi di laurea, con i soldi contati e un’idea vaga che forse poteva farcela davvero a fare quello che gli piaceva nella vita. Ne era convinto, e questo a dispetto dalla mediocrità dell’ambiente dal quale proveniva.
Alla fine aveva realizzato una sorta di piccola conquista prometeica, e, in perfetta aderenza all’ideale eroico a cui gli sembrava adeguato accostarsi, senza preoccuparsi di valutarne tutte le conseguenze.
Anche sulle motivazioni della sua repentina dipartita aleggiava al momento una fitta coltre di nubi che per il momento non gli pareva necessario fugare con una salutare ventata di analisi chiarificatrice.
A chi glielo chiedeva, incuriosito da cosa lo avesse spinto fuori dal suo paese alla ricerca di opportunità che altri coglievano senza allontanarsi troppo dal mondo conosciuto e dalla rassicurante familiarità delle proprie abitudini, faceva credere che si trattasse di un forte desiderio di farsi valere, avere successo e mostrare in un ambiente dove le condizioni lavorative fossero migliori di che pasta era fatto.
Se fosse stato del tutto sincero con se stesso però, avrebbe ammesso che non era stato un generico desiderio di successo a spingerlo. Per lo meno non un desiderio di raggiungere una posizione. Certo, c’era anche quello ma non era certo la molla da cui si era sprigionata la forza del movimento.

Saturday, 2 February 2008

Un moderno Bildungsroman (Cap.I)


Bern
Inserito originariamente da dimitris81
E’ tutto un gomitolo, un magma insensato di idee, pensava, e appena gli sembrava di aver trovato un capo, uno sviluppo e una conclusione, la sua univocità si faceva inconsistente e gli sfuggiva di nuovo sotto la forma di nuove e diversi sviluppi.

Fissava la parete color pesca e con la mente, qualche volta accompagnandosi con il movimento impercettibile dell’indice vi disegnava strutture che assomigliavano alla chioma rovesciata di un grosso albero in inverno. Le parole suddivise per categorie ben classificate, verbi, nomi, aggettivi ed elementi più astratti e identificati solo da regole sintattiche come flessioni o radici verbali si distribuivano sui suoi rami come verdi fichi sugosi, e penzolavano così, all’ingiù, finchè un rumore o un pensiero diverso o uno squillo di telefono o un commento di Simon, con cui condivideva un ufficio troppo piccolo, soffiava come una forte e inaspettata folata di vento, facendoli cadere a terra.

‘Scusa?’
‘Dicevo, Ti va di venire a mangiare alla mensa?’
‘No, preferisco finire qui. Mi mancano ancora poche pagine per finire di ricontrollare l’articolo. Poi pensavo di tornare a casa presto.’
‘Te lo pubblicano allora?’
‘Sembra di sì. Ma non so esattamente quando, comunque esiste un impegno dell’editore e di chi cura il volume, quindi, prima o poi uscirà. Anzi, ti volevo chiedere se prima di mandarlo potessi dargli un’occhiata anche tu, così mi dici cosa ne pensi, che ne dici?
‘D’accordo, volentieri, ma non posso lavorarci prima di domani. Domani pomeriggio va bene?’
‘Certo. Te ne lascio una copia sul tavolo prima di andar via.’
‘Allora ciao noi andiamo a mangiare. Certo che se contini a saltare il pranzo e al posto di un buon piatto sostanzioso di rimpinzi di pane integrale come stai facendo da una settimana ti trasformerai in un grosso gnocco un giorno di questi’
‘No, ti sbagli, ieri ho visto un programma sulla ZDF e pare che l’ultimo grido in America sia la dieta tutto carboidrati.’
‘Davvero? Se l’ha detto la televisione, allora deve essere vero’ concluse Simon con un sorriso ebete.